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Fashion revolution week - etichetta abbigliamento - moda sostenibile

Per la Fashion Revolution Week impariamo a leggere l’etichetta degli abiti

Dal 23 al 29 Aprile, in Italia e nel Mondo, è di scena la Fashion Revolution Week. Un movimento internazionale che coinvolge tutti coloro che vogliono un’industria della moda più trasparente, dalla fase di produzione fino a quella del consumo finale. In Italia, è coordinato dalla stilista Marina Spadafora con il supporto di Altromercato e Actionaid.

La campagna internazionale per questa edizione 2018 della Fashion Revolution Week punta ad incoraggiare chiunque voglia a chiedere ai brand “chi ha fatto i miei vestiti?”. Tutto ciò attraverso l’invio di una email, scrivendo un tweet o scattando una foto su Instagram dove venga mostrata l’etichetta di un abito con una descrizione del tipo: “Caro brand, amo molto il tuo stile, mi piacerebbe sapere #whomademyclothes (l’hashtag ufficiale della Fashion Revolution Week 2018)?”

Com’è nato il movimento internazionale Fashion Revolution

Fashion Revolution è un movimento mondiale nato nel 2013 in conseguenza di un tragico episodio di cronaca in Bangldesh. Il 24 Aprile 2013 1133 persone sono morte e 2500 ferite per il crollo del complesso produttivo di Rana Plaza che fabbricava abbigliamento per grandi marchi globali. Da questo momento in poi, diverse persone si sono unite per usare il potere della moda per cambiare il Mondo.

I vestiti che indossiamo, prima di essere disponibili per essere acquistati in un negozio o su un e-commerce, sono stati lavorati molto spesso da coltivatori di cotone, filatori, tessitori, ecc. La maggior parte di questi lavoratori, però, vive in condizioni di povertà e/o di sfruttamento. Questa situazione peggiora con il tempo visto che gli attuali modelli di business del settore moda prevedono una riduzione (e accelerazione) dei tempi di produzione e consumo di un capo di abbigliamento a discapito sia delle condizioni lavorative che di quelle ambientali.

Il movimento Fashion Revolution crede in un’industria della moda che valorizzi in egual misura persone, pianeta, creatività e profitto. Un cambiamento positivo che inizia con trasparenza, tracciabilità e apertura.

La trasparenza, infatti, aiuta a rivelare le strutture attuali nel settore in modo da poter capire meglio come cambiarle. Una maggiore trasparenza porterà una maggiore responsabilità, che porterà conseguenzialmente a un cambiamento nel modo in cui viene gestita l’industria della moda a livello internazionale.

Il movimento Fashion Revolution chiede, per questo, ai marchi e rivenditori di rivelare pubblicamente dove sono realizzati gli abiti, chi li produce e in quali condizioni.

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Come leggere le etichette dei vestiti  per essere dei consumatori consapevoli

Noi di Brandessere abbiamo pensato che fosse giusto, in questa settimana italiana e mondiale dedicata ad una moda etica e sostenibile, aderire alla Fashion Revolution imparando a leggere l’etichetta dei nostri vestiti per essere certi di aver acquistato un prodotto oltre che realizzato, anche immesso e distribuito nel mercato italiano secondo le regole.

Abbiamo letto la guida all’ etichettatura dei prodotti tessili presente sul sito di Unioncamere ed ecco cosa è utile sapere:

Iniziamo con il dire che un prodotto tessile è quello composto per l’80% del peso da fibre tessili. Per questo, nella categoria – oltre ai capi di abbigliamento – rientrano le parti tessile utilizzate nella copertura di mobili, ombrelli ed ombrelloni, materassi, fodere coibenti per calzature e guanti, ecc.

La normativa prevede che sull’etichetta o contrassegno di tutti i prodotti tessili messi in vendita sia riportata la composizione della loro fibra. Un’etichetta di composizione corretta deve:

  • Specificare la percentuale del peso tessile in ordine decrescente di tutte le fibre presenti nel tessuto tessile, ad eccezione delle tolleranze e i criteri d’uso delle indicazioni “Altre fibre”
  • Indicare in modo esteso il nome delle fibre tessili che compongo il prodotto tessile. No sono contemplate le abbreviazioni o sigle
  • Contenere le informazioni scritte in italiano, anche per i produttori internazionali
  • Indicare l’identità e gli estremi del produttore.

Ci sono casi che richiedono più attenzioni:

  • Se nell’etichetta di un prodotto tessile è presenta la dicitura “100% “, “PURO” o “TUTTO”  vuol dire che è presenta una sola fibra. La presenza di altre fibra è tollerata fino al 2% del peso o 5% per prodotti cardati
  • La denominazione “lana vergine” solo per la lana non utilizzata prima. Quando è presenta la dicitura “100% lana” vuol dire che è un capo composta da lana riciclata
  • L’informazione “Misto Lino” solo per prodotti in cui la percentuale di lino sia almeno del 40% del peso totale del tessuto
  • “Parti non tessili di orgine animali” quando presenti deve essere indicato
  • L’indicazione “Altre fibre” va indicata quando nel prodotto tessile sono presenti fibre che non superano complessivamente il 15% e singolarmente il 5%. L’indicazione della percentuale deve essere indicata, prima o dopo l’indicazione.

Dal 4 gennaio 2018 è entrata in vigore una disciplina sanzionatoria per l’etichettatura dei componenti tessili e delle calzature: sanzioni da 1.500 a 20 mila euro per i fabbricanti o importatori o distributori che non forniscano nei cataloghi, sui prospetti o sui siti web corrette indicazioni relative alla composizione fibrosa, ai sensi del Regolamento comunitario (UE n.1007/2011).

Ognuno di noi puo’ segnalare al Ministero del sviluppo economico, tramite organi di vigilanza tra cui anche la Camera di Commercio, eventuali inadempienze.

La Fashion Revolution parte quindi dalla conoscenza. Noi di Brandessere crediamo in questo ed infatti, raccontiamo di moda sostenibile e di marchi italiani nel settore moda che abbiano come base la qualità ed il rispetto dell’ambiente e delle persone.

Che Fashion Revolution sia!